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psychedelia

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Rose Windows - The Sun Dogs

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2013 (Sub Pop)

Rose Windows - The Sun Dogs L'album d'esordio di questo gruppo di Seattle, nato dalla spinta creativa del cantautore Chris Cheveyo, è un vero crogiolo di influenze, generi e provenienze etniche: esso fonde l'oriente e l'occidente, sensibilità britannica e senso statunitense, psichedelia e progressive, folk e rock (anche blues, perché no?). La strumentazione è ricca e, anche in questo caso, non mancano gli effetti evocativi: tastiere alla Doors, un flauto di anderseniana memoria... È un album che non sembra posto nel 2013, ma, nello stesso tempo, ci sta meravigliosamente bene, con i suoi decisi richiami a sonorità che sarebbe un peccato dimenticare e che hanno fatto la storia dei decenni trascorsi. Sono nove brani corposi, suggestivi ed evocativi, che alternano una moderata irruenza e una dolcezza tutta folk (bella anche la voce femminile di Rabia Qazi); affascinanti anche i momenti sinfonici, che costituiscono forse il richiamo più presente al prog. Fortemente consigliato


Lamp of the Universe - Transcendence

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2013 (Astral Projection)

Lamp of the Universe - Transcendence Ed ecco un'altra one-man band, ma stavolta ben lontana dalla scena europea: Il prolifico polistrumentista e cantante Craig Williamson è infatti di Hamilton, Nuova Zelanda, l'altra faccia del mondo. E se ci chiedessimo che musica faccia, qualora non ci bastasse l'attuale titolo o la copertina, basterebbe andare a leggere qualche suo titolo precedente: "Acid Mantra", "From the Mystic Rays of Astrological Light", "Cosmic Union"... Ebbene sì: preparatevi ad imbarcarvi in irresistibili trip psichedelici in senso stretto, con le immancabili speziature orientali e qualche indispensabile accenno space. Ma non pensiate comunque di sapere già cosa vi aspetta: i sei brani, che durano complessivamente tre quarti d'ora circa, sono quanto più ben confezionato e coerente io abbia sentito nell'ambito di questo genere specialistico. Sono certo che non mancheranno di affascinarvi seriamente. Consigliato


Blue Willa - Blue Willa

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2013 (Trovarobato)

Blue Willa - Blue Willa Quando si incontrano gruppi italiani così interessanti, sarebbe veramente un peccato farseli sfuggire. Il quartetto di Prato (Serena Altavilla, Mirko Maddaleno, Lorenzo Maffucci e Graziano Ridolfo), arrivato finalmente, dopo le prime esperienze a nome Baby Blue, ad una solida configurazione e affidatosi ad una produzione che si chiama soltanto Carla Bozulich (che non lesina una sua partecipazione attiva), ha pubblicato questo album eponimo, che sembra volersi rivolgere alla scena internazionale senza alcuna timidezza provinciale. La loro forza sta soprattutto nella carica passionale, che li porta a fondere generi e momenti musicali alquanto diversi per ottenere un amalgama invece concreto e assai convincente. Nonostante che da tante parti si parli, nei loro confronti, di avant-rock e compagnia bella, io credo di identificare un sostrato narrativo che pesca addirittura dai temi di Kurt Weill, passando per certa psichedelia acida dei tardi anni '60 e trasmettendosi nei decenni, intingendosi in un blues malato e per varie sfaccettature del rock alternativo; soprattutto nel momento in cui ricorre la voce maschile, poi, è forte in me il richiamo a quel glam-rock che precorreva il punk. Un album vibrante, denso di sensazioni forti, un'atmosfera che mi ha riportato alla mente un altro prodotto mediterraneo di qualche anno fa: quel "Timemachine" degli ellenici Mary & the Boy/Felizol, che per me ha costituito opera prima del 2009, ma che è passato quasi completamente inosservato nel nostro paese.Fortemente consigliato


Secret Mountains - Rainer

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2013 (Friends Records)

Secret Mountains - Rainer I Secret Mountains sono un sestetto di Baltimora, che, attivo da ben quattro anni, dopo aver pubblicato una certa serie di EP, è finalmente giunto all'esordio ufficiale in full-length. La loro musica, per propria ammissione, nasce dalle esperienze più tempestose dei singoli componenti e, pertanto, non può che essere oscura e straniante: le chitarre hanno un incedere quasi shoegaze, il basso è minaccioso, le percussioni sono trascinanti, la voce di Kelly Laughlin è eterea ed onirica. È abbastanza difficile definire un genere, in quanto, nei sette brani di cui si compone "Rainer", si può sì identificare un certo dream-pop, ma certamente anche un rock di forte inflessione psichedelica; a momenti, poi, traspaiono delle cullanti alternanze post-rock... È facile, comunque, letteralmente abbandonarsi alle spire di questo album, inebriarsi dei suoi vapori intensi ed aromatici, del suo sentore di amaro fortemente alcolico. Consigliato


Bo Ningen - Line The Wall

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2012 (Stolen Recordings)

Bo Ningen - Line The Wall Da Londra, quattro indiavolati giapponesi che cantano nella loro madre lingua: un rock al fulmicotone, tremendamente trascinante e psichedelico, curato e ricco di effetti, ma attento anche al lato melodico. Come ho letto da qualche parte, "This isn't noise for noise's sake": è difficile riuscire a star fermi al cospetto del loro muro di suono, che si amplifica in un crescendo continuo, attraverso episodi quali "Henkan", "Daikasiei Part 1", "Shin Ichi"..., fino a diventare proprio tempesta nel lungo brano "Daikasiei Part 2" e per poi finalmente acquietarsi nel successivo "Natsu No Nioi". Per quanto mi riguarda, anche la lingua giapponese (il cui suono adoro, pur capendoci praticamente nulla) contribuisce al fascino di questo album, forse insolito per gli indirizzi di questo blog, ma anche per questo per me particolarmente intrigante. Fortemente consigliato


Minimalhuge - II

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2013 (autoprodotto?)

Minimalhuge - II Ci sono pochissime notizie in rete di questo misterioso gruppo di Milano: in pratica c'è la pagina di Bandcamp loro dedicata, quasi scevra di contenuti descrittivi, un sito ufficiale, ancora più sibillino (al momento in cui scrivo, c'è solo lo streaming di due brani), un profilo Facebook con una manciata tra video e foto e altre frattaglie. Eppure hanno da poco pubblicato un full-lenght mica male! Questo "II" (ci sarà stato un "I"?), di cui ho visto una spaurita segnalazione sul forum di Ondarock, merita qualcosa di più di pochi ascolti incidentali: si tratta di originali variazioni sul tema dark-wave elettronica, con reminiscenze psichedeliche, qualche spunto industriale, ritmi oscuri e tribali, atmosfere ossessive e stranianti, sì da incutere uno stato di quasi trance ipnotica. È decisamente un album molto interessante e bisogna purtroppo dire che, nel nostro paese, tale eventualità rappresenta una vera rarità ormai! Se questa avventura non avesse un seguito, sarebbe veramente un peccato. Forza, ragazzi!Consigliato


Sondra Sun-Odeon - Ætherea

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2012 (autoprodotto?)

Sondra Sun-Odeon - Ætherea Sondra Sun-Odeon, bellissima cantante e polistrumentista newyorkese (ma di chiare origini estremo-orientali), dopo aver fatto parte del duo di rock psichedelico Silver Summit, è giunta al proprio album solista e l'ha fatto con un contegno da artista matura. In effetti, con il gruppo, ha potuto vantare collaborazioni di grande prestigio: Wowenhand, White Hills, Vetiver, Wooden Shjips, Crystal Stilts, Deerhunter, Bardo Pond... Ed anche in questo album, i nomi noti non mancano: basti pensare ad Helena Espvall al violoncello, a Ben McConnell (Beach House, Marissa Nadler, tra gli altri) alle percussioni... Da tante parti, a riguardo del genere, sento parlare di sperimentalismo... Ma, a mio vedere, abbiamo piuttosto a che fare con un dream-pop etereo (così come il titolo suggerisce), con fuggevoli venature di psych-folk. Davvero un bell'esordio, delicato e suggestivo al tempo stesso, il cui gradimento può dipendere molto dallo stato d'animo.Consigliato


Ned Collette + Wirewalker - 2

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2012 (Fire / Dot Dash)

Ned Collette + Wirewalker - 2 La scena musicale australiana, così lontana da noi soprattutto geograficamente, vive un fermento tutto suo, che sarebbe un peccato non condividere con il resto del mondo. Su questo stesso blog, abbiamo visto le prove recenti di Joe McKee, degli Orbweavers, di Steve Smyth, dei Maple Trail, di Emily O'Halloran... Ora tocca a Ned Collette, ex componente della band City City City e già al quarto album solista, artista che, tra l'altro, viene citato dal suddetto Joe McKee nel novero dei connazionali degni d'attenzione. Egli è nato a Melbourne, ma si sposta con una certa frequenza in Europa, fermandosi spesso a Berlino. I Wirewalker di solito sono un duo, che hanno spesso collaborato con Collette, ma, in questa occasione, si identificano esclusivamente con il batterista Joe Talia. Inoltre, in quest'album fa la propria parte un nutrito gruppo di ulteriori strumentisti e vocalisti, tra cui la britannica Gemma Ray, che si è fatta ben notare per le sue recenti prove soliste. Ma veniamo all'album: il cantautorato di Ned è fatto di una psichedelia dark e romantica (a me ricorda Paul Roland), con melodie spinte in un intrigante déjà vu, che in alcuni casi rallentano in atmosfere rarefatte ed oniriche (un tema che sembra tanto caro agli artisti australiani più recenti). Album interessante, piacevole e denso di suggestioni, che non fa che dare ulteriore peso ad un carniere per noi tutto da scoprire. Brano killer: Long You Lie...

Bandcamp (parziale) - Recensione di Doug Wallen per Mess+Noise

Per me, 8.0/10


Jeff Zentner – A Season Lost

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2012 (Cities of the Plain)

Jeff Zentner – A Season Lost Questo album è un piccolo capolavoro. E lo rivela in fasi diverse: al primo ascolto, non si può non essere rapiti dalla sua atmosfera sognante e vagamente psichedelica; successivamente, è l'intima poesia che trasuda a prendere il sopravvento e il rapimento diventa incontrollabile. Non conoscevo questo artista e ne sono venuto in contatto per puro caso, ma so già che costituirà un punto fermo nei miei riferimenti d'ora in poi; e quest'album lo pongo già tra i miei preferiti del 2012. Come dice April Wolfe nella recensione a cui faccio riferimento, la musica di Jeff Zentner è oscura e triste, ma non deprimente; è di quella tristezza struggente, che può divenire più dolce e appagante della gioia. I brani sono quasi completamente frutto della sua vena artistica e l'album (che come dice l'autore, è stato completamente finanziato in proprio) vede la collaborazione di artisti del calibro di Arborea, Matt Bauer, Sumie Nagano, Josie Little ed altri, i quali prestano anche le loro voci, mai invadenti, a supporto di quella, profonda, di Jeff. Se vogliamo parlare di generi, l'ingrediente principale è un folk in chiave alternativa, ma non manca una psichedelia proto-sperimentale che, forse solo nella mia fantasia, rimanda ai Quicksilver (con la mediazione, magari, di Matt Elliott). Undici brani stupendi, posti in una sequenza mozzafiato, arricchiti da una strumentazione opulenta e variegata. Per ora, ascoltatelo in streaming, ma poi, anche in questo caso, fateci un pensierino, perché ne vale la pena (oltretutto, mi sa che non si trova in giro per la rete). Consigliatissimo.

Bandcamp / Recensione di April Wolfe per Common Folk Music

Per me, almeno 8.5/10


Trupa Trupa - LP

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2011 (autoprodotto)

Trupa Trupa - LP Dopo gli Enchanted Hunters, sono venuto in contatto con un altro interessantissimo gruppo polacco, che si muove, però, su generi completamente diversi. I Trupa Trupa, qui al loro album d'esordio (ma avevano già pubblicato un EP, che, guarda caso, si chiamava giusto EP), sono Grzegorz Kwiatkowski (voce, chitarra), Tomek Pawluczuk (batteria), Wojtek Juchniewicz (basso), Rafał Wojczal (tastiere) ed hanno sede nella stessa Danzica, che ha visto sorgere il movimento di Solidarność; e, secondo quanto leggo nell'articolo che linko in calce, la città industriale ha avuto una grande influenza sulla musica del gruppo. Il loro è un rock alternativo, cantato in inglese, vibrante e drammatico, che affonda le sue radici nella psichedelia degli anni 60, passando per i Doors (evidenti, a tratti, i brividi morrisoniani), assumendo toni garage, surf e punk e approdando infine a cupe atmosfere noise e industriali contemporanee. Ma questo non significa che siano derivativi! La musica veramente e propriamente urbana non può non riferirsi a queste influenze: sono una sorta di passaggio obbligato. Bravi i Trupa Trupa: ci insegnano ancora una volta che bisogna guardarsi attorno per godere della buona musica, senza limitarsi alle solite consuete direzioni.

Bandcamp con free download di alcuni brani

Articolo su Indie Bands Blog

Per me, 8.0/10


Joe McKee - Burning Boy

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2012 (Dot Dash)

Joe McKee - Burning Boy Dopo aver ascoltato per la prima volta questo album, chiedendomi chi fosse questo genio, ho scoperto che io Joe McKee lo conosco già: non è altri che il frontman degli australiani Snowman, il cui Absence ho tanto gradito l'anno scorso, inserendolo nella mia top-20 per il 2011. Il gruppo, purtroppo, si è sciolto (Absence era infatti l'album d'addio), ma qui abbiamo il debutto da solista di McKee. Mentre la musica, originalissima, degli Snowman ti travolgeva in un nugolo di sensazioni anche forti, qui abbiamo un modo diverso di travolgere, più pacato e sublime: immaginate un artista cresciuto a David Sylvian e a This Mortal Coil e avrete già una prima impressione di ciò che rappresenta questo album. In aggiunta, egli fa ricorso ad una particolare forma di sperimentalismo, appena accennato e mai invadente, che non arriva mai a spezzare l'atmosfera magica, sognante e nostalgica alla No-Man e la tenue psichedelia romantica alla Paul Roland (tanto per fare un altro paio di nomi a me cari). A mio vedere, siamo al cospetto di un altro album che lascerà il segno in questa annata interessantissima...

Soundcloud

Per me, 8.5/10


We Are Ghosts - Old Town Hall

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2012 (we.areghosts.com)

We Are Ghosts Old Town Hall Orsi e fantasmi: una cosa che mi chiedo è perché questi due temi siano così ricorrenti nella musica contemporanea, soprattutto in quella del cosiddetto panorama indie. Proprio in questi giorni sto ascoltando alcuni gruppi che li riprendono proprio nei loro nomi: uno è questo. Ma non voglio distogliere ulteriormente l'attenzione da questo album, perché ho idea di essere al cospetto di un'opera dalla potenza espressiva esemplare. We Are Ghosts (alias WAG) è un progetto israeliano, che propone una formula che rimanda ai grandi artisti del passato, ma diventata ormai sempre più rara: la live session. Artisti talentuosi e poliedrici che si ritrovano insieme su di un palco e improvvisano, senza darsi limitazioni di genere. Dappertutto, questo nome si associa al post-rock, ma sarebbe una definizione stitica e limitativa (personalmente, quando vedo "post-rock" ormai tendo a passare oltre, perché è un genere, che, quando limitato al comune senso canonico, mi dà un'impressione quasi insopportabile di indeterminatezza...): certo, se volessimo riferirci al genere di questo disco con una sola parola, potremmo usare forse quella definizione. Ma una componente che non vedo citare ad alcuno e che invece, a mio vedere, è evidente in quest'opera, è la psichedelia (decisa nel lungo brano di apertura, ma che pervade un po' tutto l'album). È principalmente strumentale, ma nei pochi tratti cantati assume anche dei toni dark. Non mancano anche riferimenti a lontani orizzonti jazz e, di conseguenza, accenni di prog. Il gruppo, poi, usa una forma peculiare di citazione, fatta di sonorità, nel senso che, piuttosto che strutture e melodie, sono solo alcuni suoni particolari a richiamare alcuni mostri sacri (io ho identificato Eno/Byrne e i Residents, ma ce ne sono sicuramente altri: ad esempio, i cori del primo brano mi ricordano fortemente qualcosa, ma non riesco a definire). Insomma, l'album si pone di sicuro tra i miei preferiti di questo scorcio d'anno e ve lo consiglio caldamente (la versione digitale è disponibile a offerta libera sul loro sito).

Streaming con download a offerta libera

Per me, almeno 8.5/10


Royal Baths - Better Luck Next Life

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2012 (Kanine)

Royal Baths - Better Luck Next Life Un garage-rock rallentato e fatto di suoni surf e psichedelia acida di stampo sessantottino. Un'atmosfera fumosa e straniante, con le chitarre liquide che entrano nel cervello, mentre una voce trascinata ti porta su sentieri tra il dark ed il blues. Jeremy Cox e Jigmae Baer, con il trasferimento da San Francisco a New York, sembrano aver intrapreso un nuovo corso nella loro ispirazione, dando alla luce un album denso e corposo, fuori dal tempo, da ascoltare e godersi a lungo, senza crearsi troppi problemi...

Recensione su Consequence of Sound

Per me, 7.5/10


Matt Elliott - The Broken Man

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2012 (Ici d'ailleurs)

Matt Elliott - The Broken Man L'album esce ufficialmente oggi, ma è disponibile in prevendita digitale già da novembre. In effetti, stavo per inserirlo nella classifica del 2011 (e l'avrei certamente posto tra le prime posizioni...). È un'opera che elargisce emozioni di una potenza a cui non siamo più abituati; un lavoro oscuro, malinconico, forse un po' tetro, ma di un fascino che lascia senza parole. È anche abbastanza sorprendente la qualità dei file digitali: l'incipit alla chitarra (strumento in evidenza in 6 brani su 7, per lasciare spazio al piano nell'altro) , se ascoltato ad un certo livello, colpisce per il realismo, oltre che per l'intensità evocativa. La sua voce cavernosa, poi, che a tratti sembra sfidare la sua stessa estensione verso il basso, contribuisce ad acuire quel senso di straniamento che ti avvolge fin dall'inizio. Noterete che tra i tag ne ho inserito uno che non mi pare sia molto gettonato in rete nei suoi confronti: psichedelia. L'ho messo perché in me è forte la suggestione che mi fa accostare questo album, in più punti, ad uno dei capolavori della psichedelia acida degli anni '60 (anzi, per me, uno dei capolavori della musica tutta): Happy Trails dei Quicksilver Messenger Service! Ascoltate, ad esempio, la conclusiva The Pain That's yet to Come e poi ditemi se non vi viene subito in mente Calvary e, comunque, le parti più oscure della seconda facciata di quell'album... La mia non è una critica, beninteso: ce ne fossero tanti di più di emuli dei Quicksilver! E poi, qui si tratta di lievi citazioni (che, magari, colgo solo io con la mia fervida immaginazione)...

Fatto sta che l'anno comincia molto molto bene.

Qualche assaggio:

Per me, 8.5/10