Semplicità e tradizione sono i punti cardine del sesto album di Amy Speace, cantautrice che, come sede, oscilla tra due capisaldi della musica folk statunitense: Nashville e Baltimora. Canzoni delicate, a cui non si può dare una connotazione temporale: potrebbero benissimo far parte di qualche album classico degli anni '60 o '70 o anche dopo... La bella voce di Amy, piena e decisa e le chitarre si contendono il ruolo di protagonista, mentre la sezione ritmica è ridotta all'osso. Le undici ballate, che si rifanno ad altrettante citazioni shakesperiane, si succedono con garbo, senza voler prevalere una sull'altra; l'unica che forse si distacca un po' dal resto è “The Sea & the Shore” coll'apporto vocale di John Fullbright. Bellissima la copertina, opera dell'illustratore Duy Huynh.
Questo album di Todd Clouser, registrato dal vivo, è abbastanza insolito: potrebbe anche essere stato studiato attentamente a tavolino, ma io preferisco pensarlo come espressione di pura ispirazione artistica, in cui i vari generi che si susseguono e si intrecciano costituiscano una libera associazione dovuta alle esigenze momentanee. È difficile infatti catalogare un genere: c'è del rock, ma non è un album rock, c'è del funk, ma è lontano anni luce dall'essere un disco funk, c'è del jazz, ma tutto si può dire tranne che sia un disco jazz! C'è anche del pop qua e là, del R&B... Di sicuro, è un ascolto che attrarrà la vostra attenzione e non si tratterà di un interesse momentaneo. Come paragoni, si fanno molti nomi in rete: quello che mi sento di condividere è l'accostamento con certo Frank Zappa; ma, beninteso, non si tratta di somiglianza bensì di analogia. I brani sono tutti peculiari ed interessanti: ce n'è pure qualcuno che potrebbe sfondare come singolo, come l'iniziale " Wake & Shake Your Heart". Non mancano un paio di cover irriconoscibili: "Mad World" dei Tears for Fears, ma soprattutto l'incredibile versione di "War Pigs" dei Black Sabbath. Ma... meglio ascoltarlo.
I Secret Mountains sono un sestetto di Baltimora, che, attivo da ben quattro anni, dopo aver pubblicato una certa serie di EP, è finalmente giunto all'esordio ufficiale in full-length. La loro musica, per propria ammissione, nasce dalle esperienze più tempestose dei singoli componenti e, pertanto, non può che essere oscura e straniante: le chitarre hanno un incedere quasi shoegaze, il basso è minaccioso, le percussioni sono trascinanti, la voce di Kelly Laughlin è eterea ed onirica. È abbastanza difficile definire un genere, in quanto, nei sette brani di cui si compone "Rainer", si può sì identificare un certo dream-pop, ma certamente anche un rock di forte inflessione psichedelica; a momenti, poi, traspaiono delle cullanti alternanze post-rock... È facile, comunque, letteralmente abbandonarsi alle spire di questo album, inebriarsi dei suoi vapori intensi ed aromatici, del suo sentore di amaro fortemente alcolico.
Poco tempo fa, su di un forum musicale, si discuteva sul fatto che l'italiano, come lingua, poco si addice a certi generi musicali e ciò soprattutto a causa dei suoi tempi (abbastanza lenti rispetto, per esempio, ai ritmi anglosassoni); si notava, invece, che spesso i nostri dialetti si rivelano più idonei, essendo di solito espressivamente più pronti rispetto alla lingua ufficiale. Questo album del triestino Toni Bruna sembra asseverare questa convinzione. Lui è praticamente un falegname con le passioni della musica e della poesia; ma se riporta in musica la sua perizia al cospetto del legno, ce lo si immagina come un fine ebanista, per quanto la sua musica è deliziosamente cesellata. Il dialetto triestino, come dicevo, sembra nato e cresciuto con questa musica, in cui un sapiente fingerpicking di sapore statunitense si fonde con tiepide suggestioni esotiche (Toni ha passato una parte della sua vita in Sud America); non è un dialetto particolarmente difficile da comprendere ed ecco che saltano fuori delle vere poesie, liriche e surreali al tempo stesso, in cui sembra affiorare qualche pizzico di follia. Si tratta di un esordio autoprodotto, ma si spera che voglia persistere in questa passione, perché dimostra di saper veramente elargire belle emozioni; un artista di cui il nostro paese non può che essere orgoglioso. Ma ascoltiamolo...
La londinese Phildel Hoi Yee Ng, di padre cinese e madre irlandese, ha avuto un'adolescenza difficile: costretta a nascondere il suo sconfinato amore per la musica per l'opposizione di un patrigno bigotto, dopo essere giunta ai limiti della depressione, è riuscita finalmente ad affrancarsi, facendo esplodere la sua vena artistica. Dopo una tale premessa, ci si potrebbe aspettare della musica di protesta, un furore scatenato a briglia sciolta... E invece no: come già la bellissima copertina fa presagire, "The Disappearance of the Girl" è un tripudio di raffinata dolcezza; il suo pop sofisticato sembra voler andare nella direzione del mainstream (in un primo momento ho fatto l'errore di paragonarla a Lana del Rey, mentre adesso l'accostamento che più mi convince è quello con Dear Reader...), ma, in effetti, non si sbilancia mai, mantenendo una sobrietà stilistica esemplare, pur risultando estremamente intrigante e suggestivo. In una sequenza micidiale di brani, che potrebbero essere tutti potenziali singoli, la sua bellissima voce alterna i suoi toni tra l'angelico e il sensuale, prendendo a tratti sfumature soul. Alcuni testi sembrano dei veri scioglilingua (ad esempio "Mistakes") e contribuiscono a rendere più accattivante l'insieme. È certamente un album sopraffino, che metterà d'accordo molti palati...
Due artisti che non hanno certo bisogno di presentazione: Jerry Garcia e David Grisman avevano pubblicato nel 1991 questa collection di nove stupende session acustiche, degnamente rappresentative di quella Dawg Music, ovvero del genere specificatamente creato dai due, mixando elementi di bluegrass, blues, folk e quel particolare jazz dichiaratamente ispirato a Django Reinhardt e Stéphane Grappelli. Jerry purtroppo è scomparso nel 1995; l'anno scorso avrebbe compiuto 70 anni e Grisman l'ha voluto in qualche modo celebrare, pubblicando questa nuova versione rimasterizzata in alta definizione, con alcuni dei brani proposti in versione lievemente diversa dagli originali del '91. La chitarra liquida e la voce inconfondibile di Garcia e lo scintillante mandolino di Grisman incantano con la loro freschezza: una musica senza tempo, irresistibile ed emozionante, resa oltretutto in un'eccellente qualità tecnica che farà gioire gli audiofili. Quasi inutile specificarlo: un album da acquistare a scatola chiusa!
Il quartetto di Los Angeles ha inteso creare un concept, ma non nell'usuale significato del termine, che di solito si attribuisce al singolo album: in questo caso, si definiscono essi stessi un concept, nel senso che drammatizzano la loro esistenza, proiettandosi in un futuro catastrofico nel quale solo essi sarebbero sopravvissuti e descrivendo questa simpatica situazione in musica. E la loro musica è tutt'altro che convenzionale: essi danno sfogo alle loro tematiche fanta-politiche quasi esclusivamente per mezzo delle percussioni e della voce. E le percussioni sono ben complesse, con ritmi elaborati ed intrecciati sì da non far avvertire la mancanza di altre strumentazioni! E la voce è ben espressiva, in un'alternanza tra nenie psichedeliche e strilli di piglio punk. È certamente un ascolto poco consueto, ma la carica emotiva c'è tutta ed è convincente.
Julius Eastman, compositore, pianista, cantante e ballerino, scomparso nel 1990, dopo una vita breve e travagliata, sapeva bene cosa significhi essere discriminato: era, infatti, un omosessuale di colore e, nelle sue opere, rendeva evidenti le sue prese di posizione contro i pregiudizi ed i luoghi comuni (bastino i titoli presenti su questo album: "Evil Nigger", "Gay Guerrilla"...). Era un innovatore: fu forse uno dei primi a combinare il minimalismo con elementi pop (da Wikipedia). Jayce Clayton, in effetti, è produttore ed arrangiatore: le interpretazioni pianistiche sono infatti affidate a David Friend e Emily Manzo e Clayton, grazie al computer, le fonde e le rielabora, creando un flusso di sensazioni stranianti. Le composizioni sembrano volte ad una continua ascesa, in un crescendo drammatico che incute dubbiose aspettative.
Ho la forte sensazione di essermi perso qualcosa, avendo scoperto quest'artista dopo trent'anni di carriera e a cinquantadue anni suonati! È, infatti, almeno dal 1982 che Thalia Zedek calca le scene, prima come componente di band quali Dangerous Birds, Uzi, Live Skull, Come, poi come solista, adesso come Thalia Zedek Band. Per una bella monografia vi rimando a quella di Marco Florio per Ondarock, ma adesso parliamo un po' di questo suo ultimo album. "Via" mi ha sorpreso moltissimo: la voce tormentata di Thalia, che a me ricorda un po' Patti Smith, un po' Marianne Faithfull, tanto Tom Verlaine (sic), sembra essere fatta apposta per risvegliare i brividi, mai veramente sopiti, degli anni '80; il suo rock, graffiante ma sornione, che sembra evocare una rabbia rassegnata, è di quelli che piano piano si insinuano sottopelle e ti entrano nel sangue; si tratta di uno di quegli album, insomma, di cui non è facile stancarsi e, che, ad ogni nuovo ascolto, ti aggiunge motivi per ascoltarlo ancora e ancora... Grande stoffa per un'interprete di cui vorrei senza dubbio approfondire la conoscenza; speriamo che il tempo tiranno me lo permetta.
I ragazzi (ma soprattutto le ragazze) della mia età conosceranno sicuramente Pollyanna, protagonista dell'omonimo romanzo del 1913 di Eleanor Hodgman Porter, la cui storia si basava soprattutto nel contrasto tra la tragedia della sua situazione familiare (orfana e malvista dalla zia che l'adotta) e l'inguaribile e contagioso ottimismo ereditato dal padre. In questo caso, il suo nome è stato preso in prestito da una garbata cantautrice parigina (che canta però rigorosamente in inglese), di cui non trovo moltissime notizie in rete. C'è da dire che sembra aver preso piuttosto l'indole tragica della sua eroina e l'ottimismo, se c'è, è abbastanza latente. Le dodici canzoni, infatti, anche se ogni tanto accennano ad un tentativo di allegria, rimangono essenzialmente languide e malinconiche. Guardate, ad esempio, il video di "My Favourite Song" (brano bellissimo del resto), in cui riesce a rendere estremamente commovente anche una storia a contenuto surreale. Si tratta di un album bello, sentito, mediamente toccante. Stupenda anche la foto di copertina.
Io non ascolto molta musica africana, ma non perché non mi piaccia, anzi! Solo che costituisce un universo a sé, variegato e per me quasi completamente misterioso. Per tale motivo, nella mia cronica mancanza di tempo, non riesco ad approfondire un approccio che meriterebbe ben altra attenzione, per cui ascoltare l'uno o l'altro artista mi sembrerebbe come fare del torto agli altri... In questo caso, però, faccio un'eccezione, perché questo progetto mi sta veramente entusiasmando. Innanzitutto, si tratta di un gruppo intercontinentale: la frontwoman, cantante e suonatrice di mbiraHope Masike è infatti mozambichese, così come il percussionista e voce maschile Calu Tsemane, mentre gli altri musicisti, Hallvard Godal (sassofono, clarinetto), effettivo fondatore del gruppo, Putte Johander (basso) e Erik Nylander (batteria, percussioni) sono scandinavi. La contaminazione tra i due mondi così geograficamente distanti ha dato risultati di una coesione incredibile. La suadente ritmica africana, delicata e complessa allo stesso tempo e il jazz nordeuropeo sembrano veramente che siano nati dallo stesso parto, che si siano separati alla nascita e che poi si siano reincontrati nella maturità, completandosi a vicenda. Ma la cosa che a me più sorprende è la voce incredibile di Hope, la cui intonazione tipicamente africana si arricchisce di tonalità del tutto insolite, di armoniche che definirei mediterranee (mi perdonino gli esperti: io probabilmente uso termini impropri, dettati solo dalle mie impressioni). Inoltre, come traspare anche dai video, la cantante trasmette una sconfinata gioia di vivere, un piacere che veramente nutre l'anima. Album da non perdere.
Secondo album per la sublime cantante e musicista di San Francisco Kacey Johansing, ex componente dei Geographer e collaboratrice di diversi artisti, tra cui l'intrigante Merrill tUnE-yArDs Garbus. Le sue sono canzoni altamente melodiche, in cui un dream-pop di connotazione chamber si fonde con flessuose movenze jazz e qualche momento di abbandono folk. La sua voce vellutata evoca ambienti lounge notturni e fumosi, con avventori brilli ed estasiati dalla sua presenza incantevole. Consistente anche il suo apporto strumentale (chitarra elettrica, piano, organo...), coadiuvato da quelli di Jeremy Harris (chitarra, piano, voce e arrangiamenti), di Robert Shelton (tastiere), di James Riotto (basso), di Ezra Lipp (batteria) e di Andrew Maguire (vibrafono, percussioni). Dieci canzoni sognanti, dolci ed evocative: una soave compagnia per le tiepide serate di primavera.
Suoni aggressivi, riff potenti di chitarre distorte e bassi in evidenza; poi la voce femminile di Teal Gardner, tagliente ma algida; melodie che partono da radici blues, ma che sembrano anch'esse raffreddate, come per non voler risultare troppo annuenti. Il quartetto del Nebraska, per propria ammissione, ha un intento abbastanza cervellotico: "... we aspire to braid music theory with experimental poetry, which functions as a conduit toward a schizo-cultural critique and embodied project (see our video for Open Sign)..."; intendono portare avanti un discorso iniziato con l'eponimo album d'esordio, di cui questo è naturale evoluzione. Nei fatti, pur non avendo compreso molto del loro intento, credo che si tratti di un esperimento, in un certo senso, riuscito: la loro è una musica che travolge e frena allo stesso tempo, un alternarsi di emozioni che sembrano scatenarsi e che poi, nel momento in cui potrebbero raggiungere l'apice del coinvolgimento, ti abbandonano in uno stato di perplessità. "Open Sign" è un singolo potente; e davvero molto avvincente è anche il video, disturbante quanto basta.
Il progetto Dodson and Fogg nasce dall'iniziativa di Chris Wade, cantante e polistrumentista britannico, che si avvale della collaborazione di alcuni mostri sacri del folk storico della terra d'Albione, come la cantante dei Trees Celia Humphris, il flautista Nik Turner degli Hawkind, la cantante Alison O'Donnell dei Mellow Candle (in un recentissimo passato ha fatto la sua comparsa anche Judy Dyble dei Fairport Convention). "Derring-Do", secondo album, che segue di pochi mesi l'esordio eponimo, con queste premesse, non può che riferirsi al passato; ma lo fa con un garbo e un candore tale da risultare freschissimo. I quindici brani (alcuni molto brevi) seguono un filo conduttore di grande suggestione, che richiama certo art-folk degli anni 60/70, con alcuni toni progressivi e qualche ammiccamento alle atmosfere barrettiane. Ogni nota, in questo album, sembra messa al posto giusto: le canzoni scorrono senza un barlume di incertezza e non si smetterebbe mai di ascoltarle; è anzi facile cadere nella tentazione di far sempre ripartire l'album daccapo. Bella prova! A questo punto, non sarebbe male recuperare anche l'esordio.
Si può non riuscire a star fermi ascoltando della musica sperimentale? Risposta: sì! Sui tre geniali artisti dell'avanguardia internazionale ci sarebbe da scrivere per settimane e forse non basterebbe neppure; basti dire che, tanto da soli quanto grazie alle loro molteplici collaborazioni, hanno elargito alle platee una serie sconfinata di creazioni, alcune molto affascinanti ed anche appetibili ed altre che non si possono decisamente definire alla portata di tutti i palati. Come trio, questo, che sarà ufficialmente pubblicato il 30 aprile, è il terzo album. Almeno dai video disponibili in rete, sembrerebbe che Haino la faccia un po' da padrone, con la sua chitarra indiavolata e la sua voce spettrale, mentre Ambarchi è impegnato alla batteria e O'Rourke si dà da fare al basso, ma voglio pensare che i ruoli si modifichino un po' nell'arco dei sei lunghi brani, interamente incisi dal vivo in un concerto tenuto a Tokyo. Per loro stessa definizione, la loro musica si muove "...from holy minimalism to cave-man rock..."; e, in effetti, tale definizione è tangibile: il minimalismo devo dire che è solo accennato, mentre un rock corposo e trascinante, che sembra fuoruscito da un'energia primordiale, pervade un po' tutta l'opera. Siamo al cospetto di un album che può dare grandi emozioni: assolutamente imperdibile.
Advance per il quinto album delle sorelle statunitensi Bianca Leilani (Coco) e Sierra Rosie (Rosie) Casady, dato in uscita a maggio di quest'anno. Sulla storia rocambolesca delle due singolari sorelle, nelle cui vene scorre anche sangue cherokee e siriano, si potrebbe produrre un'intera filmografia, ma adesso parliamo un po' di questo album, del quale, per ora è stato diffuso ufficialmente un solo brano, "Gravediggress". Sinceramente, non conosco bene la loro passata discografia e, ascoltando questo lavoro, avrei scommesso si trattasse di un gruppo islandese, tanto le sonorità si avvicinano a quelle della prolifica (in senso musicale) isola artica; ma, in effetti, scorrendo alcuni articoli, ho scoperto che la produzione è stata affidata a Valgeir Sigurðsson. Altra collaborazione di rilievo è quella con Antony (and the Johnsons) Hegarty. Il loro folk/pop è fatto di melodie, tutto sommato, semplici, ma che acquistano grande peculiarità per le soluzioni strumentali (tanta elettronica) e, soprattutto per le voci delle due sorelle, una sensuale e sofferta e l'altra assai nordica e praticamente infantile, che insieme costituiscono un connubio davvero intrigante (ne è un esempio efficacissimo proprio Gravediggress). Ogni tanto sembrano sconfinare nell'hip-hop, ma, se come me, non amate questo tipo di musica, non ve ne preoccupate, perché rimane in tema con il loro genere. Album gradevole e interessante, che piacerà sicuramente agli estimatori.
Samantha è nata nella stessa città di Woody Guthrie, Shawnee, Oklahoma. Il titolo è veramente esplicito: lei ha veramente una faccia da bambina, un viso i cui lineamenti marcati denotano molto bene le sue origini nativo-americane. Nel momento in cui imbraccia la sua chitarra e fa esplodere la sua voce, però, salta fuori una perizia da artista matura, raffinata ed anche un po' seriosa. Pur ascrivendosi alla categoria del più genuino folk americano, la sua musica risulta abbastanza personale e priva di quei classicismi che corrono spesso il rischio di diventare stucchevoli. "Kid Face" è un album autobiografico e le liriche, rigorosamente nate dalla sua penna, delineano un'analisi della propria vita e del proprio ambiente, tracciando come una linea di confine tra il passato da ragazza ed il futuro da adulta. L'album è sì emotivamente carico, ma senza scadere in eccessi: una giusta via di mezzo per apprezzare come si deve del folk veramente ispirato.
Ci sono copertine che sono rappresentative dell'album ed altre che non lo sono decisamente. La copertina di questo quinto album del gruppo folk di Edimburgo costituisce un caso atipico: si potrebbe pensare di essere al cospetto di un album ambient o , comunque, di ambito tecnologico e invece notiamo subito la parola bluegrass tra i connotati del gruppo. C'è da dire, però, che il bluegrass dei Southern Tenant Folk Union (in versione rimaneggiata in questo caso) è quanto di più elaborato ci si possa aspettare, tanto che lo si potrebbe definire sperimentale. Inizialmente nato come progetto per una sorta di soundtrack horror (si fanno i nomi di Goblin e Fabio Frizzi tra le influenze...), se ne distacca e, pur mantenendo un'atmosfera oscura, si porta decisamente su terreni più aulici, quasi eterei con suoni che diventano anzi godibilissimi. Non è un album in cui dei brani sovrastano gli altri, ma tutti i brani si mantengono ad un alto valore qualitativo, con una strumentazione ricca ed affascinante, con un riuscitissimo intreccio vocale. Un altro di quegli album che torni sempre con piacere a mettere sul piatto. E devo dire che, ad ogni nuovo ascolto, si fa apprezzare di più (per quanto mi riguarda, da un accostamento iniziale un po' tiepido, sono passato in pochissimo tempo ad una vera affezione).
Sesto album per la band di Melbourne capitanata da Gareth Liddiard (il cui solo album "Strange Tourist" del 2010 bisogna assolutamente recuperare...). Cosa dire, a proposito dei Drones, se non che riportano il rock alla sua energia primordiale, coi loro live viscerali, con le loro liriche che sanno di disperazione e rabbia. I richiami ai tardi anni '70 sono forti, ma la loro musica non sa di stantio, anzi: sembra rinascere a nuovo vigore, con brani di una forza ormai dimenticata, con suggestioni irresistibili. Il recente ingresso del piano, poi, serve a creare un creativo contrasto con i suoni elettrici e graffianti a cui ci hanno abituati. Ognuno degli otto brani è un piccolo capolavoro: la lunga title-track iniziale, i cui parossismi danno l'idea di un'anima agonizzante, il singolo "How To See Through Fog", dalle sonorità stuzzicanti, e poi via via, senza alcuna caduta di tensione, con brani tutti corposi e densi fino allo struggente finale "Why Write A Letter That You'll Never Send" di nove e passa minuti, che già dal titolo riporta a quella disperazione che sembrerebbe far da tema conduttore di tutta l'opera. Album intenso e importante, che fa efficacemente da contraltare alle troppe banalità a cui ci stiamo purtroppo abituando. Io lo annoto decisamente tra i miei preferiti dell'anno.
I Residents sono uno dei miei gruppi preferiti (lo sa bene chi conosce le mie frequentazioni sui diversi forum). Parlarne adesso qui sarebbe quanto meno superfluo: mi limito a dire che li considero l'espressione più geniale della musica contemporanea. Una caratteristica secondaria di questa band è la prolificità: la loro discografia è letteralmente sconfinata e ogni anno viene arricchita con nuove pubblicazioni (anche nell'ordine della decina l'anno); spesso però le uscite consistono in collection, rifacimenti, live... In questo caso, parliamo di una soundtrack, commissionata dalla coreografa belga Grace Ellen Barkey, il cui mondo visionario e burlesco pare ben amalgamarsi all'immaginario residentsiano. Delle ultime cose dello storico gruppo (che ho ascoltato), devo dire che non tutto mi è piaciuto e, finora, il mio gradimento si fermava a "The Ughs" del 2009; quest'opera, invece, mi ha favorevolmente coinvolto, soprattutto per il cocente spirito malinconico che si respira. Le ispirazioni sono soprattutto riferite alla musica classica, con spunti ambient, industrial e qualche suggestione world. Alcuni momenti risultano veramente potenti dal punto di vista espressivo; ascoltate, ad esempio, "Musical Chairs in 3/4" e fatelo a volume sostenuto: impressionante, vero? Nel complesso, si tratta di un album piacevole, per niente ostico o affaticante; nello stesso tempo, è originale ed intrigante come è loro costume.