Pensieri e-Motivi

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Maggio 2012

Joe McKee - Burning Boy

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2012 (Dot Dash)

Joe McKee - Burning Boy Dopo aver ascoltato per la prima volta questo album, chiedendomi chi fosse questo genio, ho scoperto che io Joe McKee lo conosco già: non è altri che il frontman degli australiani Snowman, il cui Absence ho tanto gradito l'anno scorso, inserendolo nella mia top-20 per il 2011. Il gruppo, purtroppo, si è sciolto (Absence era infatti l'album d'addio), ma qui abbiamo il debutto da solista di McKee. Mentre la musica, originalissima, degli Snowman ti travolgeva in un nugolo di sensazioni anche forti, qui abbiamo un modo diverso di travolgere, più pacato e sublime: immaginate un artista cresciuto a David Sylvian e a This Mortal Coil e avrete già una prima impressione di ciò che rappresenta questo album. In aggiunta, egli fa ricorso ad una particolare forma di sperimentalismo, appena accennato e mai invadente, che non arriva mai a spezzare l'atmosfera magica, sognante e nostalgica alla No-Man e la tenue psichedelia romantica alla Paul Roland (tanto per fare un altro paio di nomi a me cari). A mio vedere, siamo al cospetto di un altro album che lascerà il segno in questa annata interessantissima...

Soundcloud

Per me, 8.5/10


JBM - Stray Ashes

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2012 (Western Vinyl)

JBM - Stray Ashes Ascoltando il cantautore Jesse Marchant, aka JBM, mi viene in mente una veranda decrepita in qualche sonnolento paesino degli States meridionali (l'album in effetti è stato pubblicato in Texas, ma l'autore è canadese, poi trasferito in California ed infine a New York...), su cui un uomo ripensa alle proprie disillusioni e si lascia travolgere dall'onda tragica e sublime, al tempo stesso, della sua profonda tristezza. Già il titolo dell'album, Ceneri di Paglia, potrebbe essere emblematico: quella che resta, cioè, dopo un fuoco di paglia... Come ho letto nella recensione a cui faccio riferimento sotto, dovrebbe essere musica da ascoltare solo dopo mezzanotte. Forse è vero, ma sicuramente è da sconsigliare alle persone particolarmente depresse. L'album è comunque molto ispirato, da ascoltare attentamente e senza fretta, anche per non farsi vincere dalla sensazione di essere al cospetto di album monotono, sensazione a cui potrebbe portare, in particolare, la voce di Marchant, che, in effetti, un po' monocorde lo è...

Recensione di Noel Murray per A.V Club

Per me, 7.0/10


Eyeless in Gaza - Everyone Feels Like a Stranger

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2011 (Ambivalent Scale)

Eyeless in Gaza - Everyone Feels Like a Stranger Sono diversi i gruppi dei mitici anni '80 che ancora ci sorprendono con nuovi album, ma, mentre alcuni di loro forse farebbero meglio a darci un taglio (secondo la mia personale opinione), ce ne sono alcuni che, invece, sembrano rinati a nuova vita. E' questo il caso degli Eyeless in Gaza, duo britannico che, pur attivo, appunto, dai primi anni '80, è sempre però rimasto fenomeno "di nicchia", riscuotendo un vero e proprio culto da parte dei pochi appassionati. Devo confessare che costituiscono una lacuna anche per me (che, non per vantarmi, della musica di quegli anni ho una discreta conoscenza...) e non esagero se dico che, di fatto, li ho conosciuti grazie a questo album, pubblicato, in edizione limitata, alla fine dell'anno scorso. Nella mia ricerca a ritroso, ho potuto riscontrare che, dall'iniziale anti-pop sintetico e crepuscolare, sono passati ad un art-folk molto particolare, che rimanda a certa musica dei '70 e in cui gioca un ruolo di primo piano la particolare vena melodica e la voce appassionata di Martyn Bates (l'altro componente è il polistrumentista, ma soprattutto tastierista, Peter Becker). L'album è bellissimo e tocca in me corde a cui, nella mia vena nostalgica, sono particolarmente sensibile; a saperlo prima, l'avrei certamente inserito nella mia personale top-20 per il 2011. Alcune canzoni, in particolare, non smetterei mai di ascoltarle. Ad esempio questa:

Per me, 8.5/10


John Fullbright - From the Ground up

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2012 (Blue Dirt)

John Fullbright - From the Ground up Dopo Barna Howard (di cui ho parlato un po' di tempo fa), ecco un altro giovane cantautore che sembra incarnare qualche grande hobo singer-songwriter del passato. E troppo facile sembra essere il riferimento alla comune origine di Woody Guthrie (Okemah, Oklahoma)! Ma più che un'emulazione a l'uno o l'altro mostro sacro, è lo spirito del passato che rivive in John Fullbright. Inoltre, in lui troviamo ben altro che quattro note strimpellate alla chitarra: con grande disinvoltura, egli non solo dimostra di essere un valente chitarrista, ma sfoggia anche una certa padronanza al piano (che ha studiato fin da quando aveva cinque anni), all'armonica, alle tastiere in genere... Sono 12 brani, in cui si alternano momenti vivaci e rockeggianti a ballate struggenti e strappalcrime, come Nowhere to be Found, Me Wanting You, Song for a Child... Quasi inutile dire che sono queste le mie preferite...

Recensione di Fabio Cerbone per Outsiders

Per me 7.5/10


Olan Mill - Paths

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2012 (Facture)

Olan Mill - Paths Già l'esordio del 2010, Pine, mi aveva colpito per la sua forza suggestiva, anche se l'avevo trovato un po' troppo tendente al minimalismo. Questo Paths, secondo me, segna un'evoluzione, con un'inclinazione più marcata verso la musica classica ed orientato ad atmosfere più dense. Se il primo brano, invece di Bleu Polar, si fosse chiamato '"Blue Polar"', avrebbe identificato molto bene la musica degli Olan Mill: gelida e malinconica. Nella interessante recensione a cui faccio riferimento sotto, vedo riferimenti ai Popol Vuh e ai Dead Can Dance; credo che come carica evocativa, nel suo effetto finale, ci siamo, ma mi sembra che i generi siano ben lontani: qui la struttura è essenzialmente ambient... L'album, registrato dal vivo e prodotto in edizione limitata (in barba ad ogni spinta commerciale), è forse troppo breve: nel momento in cui ti coinvolge veramente, finisce, lasciando un po' d'amaro in bocca. Nonostante ciò, non potrà non affascinare chi è alla costante ricerca di emozioni sublimi, che non siano fatte di irruenza e irriverenza, ma che ti prendano per mano, portandoti per spiagge deserte, all'approssimarsi del tramonto...

Recensione di Ricardo Martillos per Distorsioni

Per me 7.5/10


Memory Drawings - Music for Another Loss

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2012 (Second Language)

Memory Drawings – Music for Another Loss I Memory Drawings (niente a che vedere con l'omonimo album dei Drifts...) sono un supergruppo trasversale, composto principalmente dal dulcimer player (come altro si può definire uno che suona il dulcimer?) Joel Hanson, dal chitarrista e polistrumentista Richard Adams (Hood, Declining Winter...) e dalla violinista Sarah Kemp (Lanterns on the Lake, Brave Timbers...). In aggiunta, in questo doppio CD, troviamo come ospiti graditissimi Rachel Grimes, Gareth S. Brown e Yvonne Bruner. Visto che fino adesso ho praticamente tradotto quanto dichiarato sul sito ufficiale, continuo, riportando alcune affermazioni molto significative: "...l'album rappresenta benissimo una linea di demarcazione tra una struggente malinconia ed una quiete ristoratrice, in cui un minimalismo classico si fonda sapientemente con un folk accorato..." (non è una traduzione letterale, beninteso...). Il progetto, oltre ad essere dichiaratamente drum-less, nasce come preminentemente strumentale (ed infatti il CD vero e proprio, ovvero il primo, è prettamente strumentale e rispecchia più precisamente la definizione di cui sopra), ma, forte della presenza della vocalist Yvonne Bruner, nel secondo CD (che di fatto sarebbe una riproposizione in chiave diversa dei brani del primo), si passa ad un genere molto diverso, tant'è che si fa un po' di fatica a riconoscere le corrispondenze dei brani, accostando molto da vicino certo dream-pop (e a questo concorre la voce della cantante, che ricorda abbastanza quella di una certa Elizabeth Frazer...). A primo acchito, debbo confessare che preferisco il secondo CD, ma sono sicuro che si tratta di una questione di tempo, perché il primo ha bisogno di un rodaggio maggiore. Fatto sta che, anche in questo caso, siamo al cospetto, di un'opera notevole, che, nella foga degli ascolti compulsivi a cui ci stiamo purtroppo abituando, corre il rischio di essere sottovalutata.

Per me, 8.5/10


The Inner Banks - Wild

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2012 (DAG)

The Inner Banks - Wild Dopo Sea+Air, un'altra accelerata sul brio e (pura combinazione) un'altra coppia moglie-marito: Caroline Schutz e David Gould, New York. L'album (sentito in advance, visto che uscirà tra una quindicina di giorni) è quel che si dice fresco, eterogeneo collage di generi e sensazioni, tendenzialmente dolce/gioioso, una gioiosa dolcezza soprattutto infusa dalla voce di Caroline, ma che sa rallentare in meditabonde divagazioni strumentali (come la stupenda Box and Crown). Come dicevo, anche di generi ce n'è a bizzeffe: all'incipit diresti: "alt-country", ma po tutto cambia, passando al folk, al pop (qualcuno cita lo shoegaze), al rock..., il tutto in un'alternanza di strumenti acustici ed elettrici. Ciò nonostante, l'album non è slegato e i brani, tutti belli, seguono una specie di filo conduttore, in cui la saltuaria ricorrenza della voce femminile sembra volerci ricordare che stiamo sentendo l'album degli Inner Banks. Se poi volessimo essere puntigliosi, potremmo dire che, verso la fine, è forse un po' dilatato... Un'altra uscita , insomma, che vi consiglio caldamente e che, sono sicuro, non vi deluderà.

Per me, 8.0/10


Sea + Air - My Heart’s Sick Chord

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2012 (RAR)

Sea + Air - My Heart’s Sick Chord E, per restare in tema di strumenti insoliti, che ne dite di un bel clavicembalo? Questo è un album che, in effetti, sta un po' spopolando per blog e webzine musicali e potrebbe sembrare un'inutile ripetizione che ne parli io, che di solito mi rivolgo agli album bistrattati... :D Ma, visto che lo sto ascoltando da settimane, ormai (da quando, cioè, se ne parlava molto meno...), ho deciso di dire anch'io la mia. I Sea + Air sono, di fatto, una coppia tedesco-greca e chissà che non sia la convergenza di due origini, lontane non tanto geograficamente quanto di retaggio culturale e mentalità, ad apportare tale originale briosità nella loro musica! Ogni loro canzone è una storia a sé, riuscendo a passare con estrema naturalezza da classicismi che si perdono nella notte dei tempi (e che mi hanno fatto venire in mente uno dei miei gruppi giapponesi preferiti: i Kuroyuri Shimai...) ad un pop attualissimo, al rock più vivace. Il dualismo vocale, poi, contribuisce ad arricchire il vigore espressivo. Alcuni brani hanno tutte le caratteristiche per sfondare come singoli e non mi sorprenderebbe di sentirli presto per radio (ad esempio Do Animals Cry). Gradevolissima sorpresa.

Recensione di Antonio Laudazi per SentireAscoltare

Per me, 8.0/10


Befriend The Bears – Before They Take Over

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2012 (CDBY)

Befriend The Bears – Before They Take Over Ed ecco gli orsi (dovrei averne altri sotto tiro: stay tuned...). È un gruppo di Austin bello consistente (7 elementi) con una sezione di ottoni, insolita per il genere (anche se mi sta capitando frequentemente, di recente, di sentire gruppi c.d. indie che fanno ricorso agli ottoni...). Pur essendo solo un mini LP, il disco è capace di spaziare in generi anche abbastanza diversi, non tradendo però una matrice folk-rock: sono chiari però i riferimenti al pop, al soul... I brani sono ben curati e convincenti; i un paio di casi, forse, a mio vedere, scendono troppo verso un pop decisamente convenzionale.

Bandcamp (con download ad offerta libera)

Per me, 7.0/10


Ghosts Wear Clothes - Threads

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2012 (ghosts-wear-clothes.bandcamp.com)

Ghosts Wear Clothes - Threads Quando le cose vanno tutte storte, anche aggiornare un semplice blog può diventare un problema. Comunque, bando alle ciance e consoliamoci con della buona musica. Dove eravamo rimasti? Ah, agli orsi e ai fantasmi...

I Ghosts Wear Clothes sono un trio di Birmingham che fanno dell'ottimo post-rock elettronico... Ma, non avevo detto, pochissimo tempo fa, che il post-rock canonico mi dice poco? Beh, è vero, l'ho scritto, ma in questo caso, parliamo di un post-rock che mi piace, perché ha quell'incedere solenne e malinconico che ben si addice al mio stato momentaneo; inoltre, è forte in loro anche una certa componente ambient. Per fare un paragone (non di prima mano, in verità), possiamo tranquillamente far riferimento agli Hammock. Un accostamento tutto mio, invece, è quello col mio gruppo post-rock preferito: i Grace Cathedral Park (il loro In The Evenings Of Regret è per me un vero monumento del genere); questo Threads si muove in quella direzione, ma è ben lontano da raggiungere la potenza espressiva dei GCP; è comunque un album degno di attenzione, che può riservare momenti di rilassante abbandono.

Bandcamp

Per me, 7.5/10


We Are Ghosts - Old Town Hall

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2012 (we.areghosts.com)

We Are Ghosts Old Town Hall Orsi e fantasmi: una cosa che mi chiedo è perché questi due temi siano così ricorrenti nella musica contemporanea, soprattutto in quella del cosiddetto panorama indie. Proprio in questi giorni sto ascoltando alcuni gruppi che li riprendono proprio nei loro nomi: uno è questo. Ma non voglio distogliere ulteriormente l'attenzione da questo album, perché ho idea di essere al cospetto di un'opera dalla potenza espressiva esemplare. We Are Ghosts (alias WAG) è un progetto israeliano, che propone una formula che rimanda ai grandi artisti del passato, ma diventata ormai sempre più rara: la live session. Artisti talentuosi e poliedrici che si ritrovano insieme su di un palco e improvvisano, senza darsi limitazioni di genere. Dappertutto, questo nome si associa al post-rock, ma sarebbe una definizione stitica e limitativa (personalmente, quando vedo "post-rock" ormai tendo a passare oltre, perché è un genere, che, quando limitato al comune senso canonico, mi dà un'impressione quasi insopportabile di indeterminatezza...): certo, se volessimo riferirci al genere di questo disco con una sola parola, potremmo usare forse quella definizione. Ma una componente che non vedo citare ad alcuno e che invece, a mio vedere, è evidente in quest'opera, è la psichedelia (decisa nel lungo brano di apertura, ma che pervade un po' tutto l'album). È principalmente strumentale, ma nei pochi tratti cantati assume anche dei toni dark. Non mancano anche riferimenti a lontani orizzonti jazz e, di conseguenza, accenni di prog. Il gruppo, poi, usa una forma peculiare di citazione, fatta di sonorità, nel senso che, piuttosto che strutture e melodie, sono solo alcuni suoni particolari a richiamare alcuni mostri sacri (io ho identificato Eno/Byrne e i Residents, ma ce ne sono sicuramente altri: ad esempio, i cori del primo brano mi ricordano fortemente qualcosa, ma non riesco a definire). Insomma, l'album si pone di sicuro tra i miei preferiti di questo scorcio d'anno e ve lo consiglio caldamente (la versione digitale è disponibile a offerta libera sul loro sito).

Streaming con download a offerta libera

Per me, almeno 8.5/10


In sintesi (6-2012)

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Alexander Tucker - Third Mouth Alexander Tucker - Third Mouth (2012 - Thrill Jockey)

Recensione di Gianni Avella per Onda Rock

Per me, 7.5/10


Beach House - Bloom Beach House - Bloom (2012 - Sub Pop)

Recensione di Giuliano Delli Paoli per Onda Rock

Per me, 7.5/10


Allo Darlin' - Europe Allo Darlin' - Europe (2012 - Fortuna Pop!)

Recensione di Andrea Cornale per Onda Rock

Per me, 7.5/10


Rose Cousins - We Have Made A Spark

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2012 (Old Farm Pony)

Rose Cousins - We Have Made A Spark Country folk sobrio, elegante e malinconico per questa cantautrice canadese, che ha trovato sulla scena amica di Boston nuova linfa artistica e tanta collaborazione. Non è un album da primissimo impatto: infatti ho voluto ascoltarlo un po' prima di esprimere un'opinione che non fosse avventata. La mancanza di melodie immediatamente assimilabili o particolarmente intriganti può indurre nel comune errore di sorvolare su di un'opera che, invece, sa ben ripagare un minimo di pazienza spesa. Anche i testi sono degni di nota (anche se io devo confessare che i testi in genere li ascolto ben poco, preferendo focalizzare l'attenzione sul suono della voce, quasi fosse un ulteriore strumento...), fatti di significati profondi, che trattano soprattutto dei grandi ostacoli che la vita riserva e della forza d'animo e della disposizione necessarie per affrontarli e superarli...

Streaming parziale

La bella recensione di Kim Ruehl per Folk Alley

Per me, almeno 7.5/10